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lunedì, 29 giugno 2009


Nidi

a un po’ di tempo a questa parte mi son messo a collezionare nidi di uccelli. Li raccolgo più che altro quando taglio il prato. Ci sono delle giornate (rare per fortuna) in cui tira un vento così forte che c’è da chiedersi come faccia la casa a non venir sradicata dalle fondamenta. Ne fanno comunque le spese le piante, le rose, i frutti e soprattutto loro, gli uccelli, che si vedono catapultare a terra il loro prezioso nido, sovente purtroppo, anche con prole appresso. Cadono dalle querce, dal gelsomino, dal pioppo, dai cipressi. E ce ne sono di tutti i tipi: a volte sono tozzi, robusti, compatti, a volte leggeri, minuscoli, aerei; a volte sono solo raffazzonati, giusto perché abbiano la forma approssimativa per ospitare i piccoli, altre volte invece sono opere di ingegneria pennuta, intrecciati come sono in modo maniacale con fili d’erba secchi dal diametro consistente sul fondo e via via sempre più fini e morbidi man mano che si arriva al bordo. E poi ritrovo, frammiste alle strutture, cose mie come la raffia cadutami di mano, il rimasuglio di legaccio, pezzi di spago consunti. Lavori fatti in economia, insomma, ma funzionali. Tutto un mondo sopra alla mia testa. Operoso, attento, secondo natura.
vissuto altrove da briciolanellatte | 19:16 | commenti (3)

domenica, 21 giugno 2009


La cena

 volte è sufficiente anche solo una serata con gli amici. Un posto incantevole, fresco, accogliente; due ospiti perfetti, al tavolo di amici nuovi sapientemente mischiati a quelli fidati di un tempo. Due chiacchiere, in allegria, a prescindere dai propri ruoli, dai paludati doveri, dalle formalità tediose, sotto lo scorrere di piatti accattivanti dal profumo e dal gusto sopraffini. E le ore si sciolgono in un continuo fluido, nell’armonia delle cose giuste, senza più pensare ad altro, al lavoro, persino alla famiglia, ai tanti piccoli e grandi problemi che sempre sanno angustiare, prima o poi, la vita di ognuno di noi. Non sono necessarie medicine, né frustranti fine settimana alla ricerca perduta di un po’ di relax sotto il sole cocente e in fila sulla autostrada, né hobby o passatempi improbabili. Non sono indispensabili i recuperi impossibili del sonno perduto o libri noiosi che non sai come finire o film che immagini già come finiranno dopo le prime sequenze d’apertura. Sì, a volte basta anche solo una cena con gli amici e ti riallinei con te stesso, dai una registrata a viti e bulloni mentali, ritrovandoti nelle battute di chi ti circonda, nel suo sorriso, nel calore della sua amicizia. Torni a casa come se ti fossi svegliato dal torpore che ti ha addormentato il cervello, dal grigiore che appanna il quotidiano e lo routinizza rendendolo monocorde. È bello riscoprirsi così, con serena semplicità, e un solo grazie, proprio a loro, agli ospiti perfetti, so benissimo invece che non potrà bastare.
vissuto altrove da briciolanellatte | 21:49 | commenti (5)

domenica, 14 giugno 2009


Il contadino


l mio vicino di casa, qui a Poggiobrusco, è un contadino, nel senso nobile del termine. Cosicché, quando mi vede lavorare in giardino, sorride. Sì, perché il ‘vero’ contadino non userebbe mai la terra per far crescere qualcosa di assolutamente inutile come un prato, che richiede oltretutto cura e attenzioni continue e un taglio settimanale per mantenerlo decoroso. Il contadino lavora la terra se può dargli da mangiare, se c’è un orto da vangare, un albero da frutto da potare. Non perde tempo a raccogliere le foglie cadute dagli alberi (sono concime per le piante) né a coltivare i fiori di per sé assolutamente improduttivi (le rose a cespuglio che si vedono agli inizi di alcuni filari di viti sono piantate solo perché, quando sono attaccate dagli afidi, ‘lui’ sa che deve dare l’antiparassitario all’uva). E poi quando lavora la terra il contadino lo fa a mani nude, qualunque cosa tocchi, dalla lumaca (che schiaccia con il tacco prima che arrivi all’insalata) al letame, dai semi al fertilizzante; non usa guanti gommati comprati alla coop o il cappellino da baseball per proteggersi dal sole, né calza scarpe apposite. E quando usa il badile lo fa senza nessuna fatica, per ore, prendendo immediatamente la postura corretta, l’angolo esatto del gomito rispetto allo strumento, con il ritmo cadenzato dei gesti antichi, tirando su una quantità di terra che ci vorrebbero due me per sollevarla. Lo so. Lui mi guarda e sorride. Scuote persino la testa. Ma è anche un galantuomo, perché cerca sempre di non farsi notare.
vissuto altrove da briciolanellatte | 21:29 | commenti (5)

domenica, 07 giugno 2009


Il piccione


ra difficile concentrarsi con tutto quel baccano. Ma ciò che gli dava più fastidio non era il rumore del mercatino o dei vucumprà che cercavano di attirare l’attenzione di passanti distratti, era piuttosto quel maledetto piccione che si ostinava ad appollaiarsi sulla cassetta dei gerani, appena fuori dalla finestra, tubando con il suo verso fastidioso. Il ragazzo stava rileggendo per la quarta volta la stessa riga quando decise di fare qualcosa. Andò alla finestra e vide che il piccione lo osservava tranquillo, con il collo un po’ storto e l’occhio vuoto. Non aveva paura, tanto da seguitare con il suo lugubre ‘gugù… gugù…’ Il ragazzo allora sbatté forte con il palmo della mano sul vetro. Il suono rimbombò nella stanza e il piccione pigramente spiccò il volo sparendo sopra i tetti. Il ragazzo, sbuffando, si rimise a tavolino. Detestava quelle interruzioni che contribuivano a rendere arduo lo studio. Squillò il telefono. Non rispose. Non aveva tempo da perdere. Si rituffò nella lettura, afferrandosi la testa tra le mani come se quel gesto potesse aiutarlo, quando il piccione dalla sua vaschetta riprese il suo verso: ‘gugù… gugù…’. Chiuse gli occhi e si alzò di scatto. Si accorse che ora i piccioni erano due, un maschio e una femmina: tubavano da due vaschette diverse. Il maschio andava avanti indietro sui gerani mentre la femmina, con finta indifferenza, guardava da un’altra parte. Il ragazzo picchiò ancora una volta sul vetro, in modo così forte che sembrò potesse spezzarsi sotto la sua pressione. I due piccioni si limitarono a osservarlo con l’occhio inespressivo, senza muoversi. Smisero solo di fare il loro verso. A lui montò invece la rabbia. Aprì di scatto la finestra cercando di scacciarli con le mani. Ma fu solo quando sfiorò il maschio che questo decise di buttarsi nel vuoto e di aprire le ali seguito contro voglia dalla femmina. I gerani erano tutti rovinati e alcuni rami erano spezzati. Andò in cucina a farsi un tè. Doveva calmarsi o di quella giornata non ne avrebbe fatto più niente. Ma appena tornò nella stanza i due piccioni erano già lì. Li sentiva tubare dalla soglia della porta. Poi gli venne l’idea. Afferrò il gatto che se ne stava appallottolato sulla poltrona a dormire profondamente; senza farsi vedere si avvicinò alla finestra. Lo posò sul davanzale da un lato, ma fu sufficiente perché appena il felino vide i due uccelli balzò sul vetro con le unghie aperte, soffiando. I due piccioni volarono così veloci che lasciarono un gran mucchio di piume tra i gerani. E non tornarono più.
vissuto altrove da briciolanellatte | 22:19 | commenti (5)