La testata del Blog



martedì, 20 maggio 2008


Sul largo stradone


e incontrava spesso anche se sull’altro marciapiede del largo stradone. Tornando dal lavoro le intravedeva rientrare forse dai giardini della chiesa. Una era molto anziana, il viso tondo incespugliato da vaporosi capelli bianchi, curva di lato, ma vestita bene con una grossa borsa che le ballonzolava sull’avambraccio. L’altra doveva essere una filippina o un’asiatica a giudicare dai lineamenti, molto più giovane comunque, che si teneva stretta alla prima come fosse una cosa preziosa. Il passo di entrambe era corto, solenne, all’unisono. Sembrava l’una si prendesse cura dell’altra in quel passeggio senza fine. Ogni tanto sorridevano rivolgendosi parole d’affetto, s’immaginava lui, anche se con rispettoso distacco. Avrebbe avuto bisogno di una badante così: la madre si era fatta vecchia e gli piangeva il cuore abbandonarla nella solitudine paludosa di quella grande casa. Forse quella donna tanto premurosa conosceva un’amica o avrebbe potuto far venire qualche parente dal suo Paese. Si riprometteva di interpellarla, un giorno o l’altro, quando non le sarebbe più parsa un’intrusione in quell’intimità composta.
Passò del tempo e la madre si aggravò. Cominciava a dimenticare il gas acceso quando andava a dormire e faceva entrare in casa chiunque le garbasse anche solo un poco. Il giorno prima era persino uscita di casa in vestaglia e ciabatte per andare a comprare il pane. Così quando rivide le due donne si fece coraggio e attraversò la strada per andar loro incontro.
«Mi scusi» esordì schiarendosi più volte la voce come se non riuscisse a sentirsela nella testa. «Ho notato che spesso lei accompagna la signora per una passeggiata. Immagino sia una badante…» La donna giovane guardava il suo interlocutore con aria interrogativa come se non capisse. L’uomo se ne rese conto e ripeté lentamente: «Lei compagnia per questa signora» e la indicò con il pollice e uno scatto del polso. «Conosce qualcuno, stessa cosa, per mia madre?» chiese l’uomo sentendosi ridicolo per come stava articolando le parole.
«Non parli con lei…» si intromise la donna anziana. «Sono io la sua badante. Non si faccia ingannare dall’età. Sono una dama di San Vincenzo e aiuto questa giovane donna down ad alleviare le sue difficoltà. Cosa diceva che aveva bisogno per sua madre?»
vissuto altrove da briciolanellatte | 19:32 | commenti (2)

venerdì, 16 maggio 2008


Ritardi al Quadrante Nord


veva fatto più tardi del solito: il controllo al Quadrante Nord era stato più impegnativo di quello che aveva preventivato. Sembrava la giornata dei contrattempi o dei ritardi o delle inefficienze.
«Il badge, prego…» La Guardia, al Varco, aveva una faccia impassibile: non era quella che conosceva lui o forse semplicemente doveva essere iniziato il nuovo turno.
«Eccolo» disse Jack allungando il polso attraverso la feritoria. Il lettore fece un strano rumore mentre pennellava di luce la sua pelle e il raggio da azzurro si fece all’improvviso rosso.
«Mi spiace, Lei non è abilitato» decretò la Guardia.
«Ma scherza? Sono Jack Chapmann, funzionario di settimo livello. Controlli meglio!» Alla Guardia non dovette piacere quel tono perché si irrigidì; per un po’, con ostentazione, fece dell'altro davanti a sé per ignorare volutamente il suo interlocutore che se ne stava ancora lì con il braccio disteso all’interno della guardiola. «Controlli, ancora, per favore» ribadì Jack alzando la voce. Il corridoio dietro di lui era vuoto e le sue parole rimbalzarono per perdersi nei sotterranei.
«Il suo chip sottocutaneo, non prende. Lei non è abilitato. Torni domani, controlleremo meglio» ripeté meccanicamente la Guardia senza neppure ripetere l’operazione.
«Io ho l’alloggio nella Zona protetta, con moglie e figli che mi aspettano… Mi deve far passare se non vuole dei guai. Esegua il controllo subito, non domani, glielo ordino!»
La Guardia approfittò del fatto che Jack avesse ritirato il braccio e chiuse il Varco. Il vetro insonorizzato si inspessì e si oscurò.
«Non può farmi questo, non può! Controlli adesso!!!» gridò Jack accorgendosi che stava parlando da solo. La superficie lucida del vetro rifletté la sua faccia stravolta, stanca, incredula. Dove sarebbe andato adesso? Tirò fuori la trasmittente: non c’era campo. Nel frattempo le luci sulla volta si accesero e si spensero. Era il segnale che di lì a poco avrebbero sospeso l’emissione nel corridoio del disinfettante Q9 e i topi, come ogni notte, avrebbero preso il sopravvento. Non sarebbe sopravvissuto, lo sapeva bene. Mollò per terra la borsa e cominciò a correre, forse ce l’avrebbe fatta a raggiungere l’altra uscita. Si trovava a circa metà del percorso quando le luci si abbassarono nuovamente. L’aria era diventata pesante, rarefatta, ed era persino sparito il sibilo che accompagnava l’emissione del Q9, tanto che i primi topi già facevano capolino dalle grate di aerazione. Giunto alla porta scivolò. Si rialzò aggrappandosi alla maniglia che subito tirò a sé con tutte le sue forze: la porta era semichiusa, ma bloccata. Infilò la bocca nello spiraglio per poter respirare aria fresca e urlare la sua rabbia. Non rispose nessuno, solo lo squittio dei topi che continuavano a entrare a frotte.
vissuto altrove da briciolanellatte | 19:29 | commenti (8)

lunedì, 12 maggio 2008


Un passaggio in autostrada


li scrosci erano violenti e il ragazzo cercava di ripararsi come poteva sotto la stretta pensilina del casello. Le macchine entravano in autostrada distratte ignorando quell’ombra grigia. Se si fosse piazzato più avanti, sotto i coni di luce della stazione, si sarebbe infradiciato del tutto. Un’auto però si fermò.
«Grazie» fece il ragazzo cercando di sistemare alla bell’e meglio lo zaino sul sedile posteriore. «La ringrazio davvero, devo essere zuppo, mi spiace». Il giovane sfoggiava una divisa ordinata da scout. Le gambe sbucavano dai calzoncini, livide di freddo, e per un po’ si tenne in capo il cappello dalla larga tesa.
«Dove vai?» gli domandò brusco l’uomo con la sigaretta in bocca.
«Verso nord, più va in su, meglio sarà per me».
L’uomo non disse altro. Il telepass alzò diligentemente la sbarra per farlo passare e lui prese il raccordo come se percorresse un binario prefissato. All’imbocco s’infilò nel flusso senza guardare. Un camion frigo che proveniva da tergo, per evitare la collisione, frenò bruscamente sbuffando in un fumo denso e amaro. Il ragazzo si tenne alla portiera e al sedile. Si era fatto pallido.
«Dobbiamo per forza andare così forte?» chiese come se parlasse a se stesso.
L’uomo per tutta risposta calò il finestrino di una spanna. Lanciò nel buio il mozzicone di sigaretta che attraversò come una cometa l’opposta corsia. «Sì, dobbiamo» sentenziò. Poi si spostò sulla corsia di sorpasso e cominciò ad accelerare. 130/140/150. La strada si stava stringendo sotto l’effetto della velocità e le vetture superate parevano risucchiate all’indietro dal vortice d’aria. 160/170/180.
«Mi faccia scendere, la prego» supplicò il ragazzo che aveva gli occhi sbarrati. Ma la macchina aumentò l’andatura infilandosi tra TIR ciondolanti e vetture più lente. «La prego, si fermi, la prego».
L’uomo guardò il ragazzo con uno sguardo opaco che pareva quello di un cieco. Si chinò verso di lui e aprì con calma il vano cruscotto da dove estrasse una Colt Python calibro 357 Magnum. L’inox dell’arma luccicò per un attimo nell’abitacolo.
«Cosa vuol fare? Ma è impazzito?» ebbe appena il tempo di dire il ragazzo mentre la vettura scivolava sui 200 km all’ora.
L’uomo sorrise appena poi si mise la pistola sotto il mento e si sparò.
vissuto altrove da briciolanellatte | 18:48 | commenti (9)

sabato, 03 maggio 2008


Però funziona

eppur seduti a due tavoli separati, nel bar pieno di gente, si trovavano così vicini da sembrare insieme. Lei leggeva un tascabile con le pagine ripiegate sotto quelle ancora da leggere. Teneva il libro appena sopra una tazza di tè chiaro dove galleggiava una fetta di limone.
«Insomma!!!» sbottò lei all’improvviso posando con una certa forza il libro sul tavolino.  Il cucchiaino sobbalzò sulla ceramica. «Cos’è che ha da fissarmi?»
«Oh, mi scusi. È che lei… lei…» l’uomo pareva annaspare «…ha diverse parti del suo viso che mi ricordano alcune persone che sono state molto importanti per la mia vita». La donna dai lunghi capelli ramati inclinò appena la testa alzando le sopracciglia finissime. «Sì, voglio dire… ha le labbra della mia prima ragazza da adolescente e di cui ero follemente innamorato; ha gli occhi di mia madre e il naso di una mia carissima amica, che purtroppo non c’è più». La donna cambiò espressione. Prese il cucchiaino dalla tazzina e cominciò a spingere la fettina di limone sotto la superficie del tè. «Mentre le orecchie…» fece lui abbassando il tono della voce e tornando a consultare il menu «…beh le orecchie non si vedono bene… non saprei dire». La donna fece prima un movimento nervoso della testa per liberarsi il viso dai capelli, poi con un gesto sincrono di entrambe le mani spostò i capelli all’indietro mostrando orecchie piccole e aggraziate.
«Uhmm… sì, forse quello di sinistra… ma non ne sono molto sicuro» fece l’uomo dando una fuggevole occhiata.
«Come? Vorrebbe forse dirmi che ho le orecchie diseguali?»
«Certamente no, è solo una questione di luce».
«Quindi secondo lei, avendo il viso che le ricorda più persone, sarei una persona comune?!?».
«Affatto, è proprio il contrario: la cosa che sorprende di più è che una donna sola riesca a ricordarmi tante persone così straordinarie… lei stessa quindi lo deve essere a sua volta.
La signora si azzittì, bevve il suo tè. Intanto il libro si era piano piano richiuso facendo perdere il segno. Posò quindi la tazzina:
«È la tecnica di abbordaggio più strampalata che io abbia mai sentito».
L’uomo sorrise appena, rimettendosi a leggere il menu. «Sì, però ha funzionato».
vissuto altrove da briciolanellatte | 12:35 | commenti (14)