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domenica, 22 novembre 2009

La partenza

Entrato nella piazza, si meravigliò nel vederla ingombra di una gigantesca figura grigia. Sebbene si presentasse compatta e maestosa, priva di àncora, ciminiera e scialuppe, avrebbe giurato si potesse trattare di una nave. Era silenzio tutt’attorno e l’altissima gru con il braccio immobile, proteso sulla cima di quello che doveva essere il ponte di comando aveva un non so che di tragico in che quel gesto largo ed estremo. Avvertì dietro a lui un rumore di passi: un uomo stava arrivando
svelto dalla via.
«Mi scusi, ma che cos’è quello?» chiese indicando con il pollice l’oggetto misterioso.
«Quello?» fece l’altro piegato in avanti da un robusto zaino. «Ma è l’Arca»
«Un’Arca?»
«Sì, certo! Questa notte ci sarà il Secondo Diluvio Universale. Non lo sapeva? Sono settimane che se ne parla».
«Un diluvio? Questa notte? No, non ne sapevo nulla… non guardo la televisione».
«Non so che dirle…» rispose l
uomo per accomiatarsi. Era sui quarant’anni, una specie di tatuaggio gli fuoriusciva dal colletto cingendogli parte del collo.
«Ma aspetti, non vada via, senta… pensa che io possa avere qualche possibilità di imbarcarmi?»
«No, non credo, è tutto esaurito, non c’è più un posto libero…»
«E lei? Non sta forse per salirci?»
«Sì, certo. Conosco il magazziniere e mi ha promesso che mi farà entrare dalla botola di servizio e poi mi nasconderà tra i cibi in scatola».
«E non può far entrare anche me?»
L’uomo sorrise, quasi l’altro avesse fatto una battuta spiritosa. «Io non posso farci niente. E poi questa volta il criterio di selezione è la professione» rispose procedendo all’indietro in allontanamento dal suo interlocutore. «Hanno scelto una coppia per ogni lavoratore. Ci sono ciabattini, muratori, pescatori, orafi…»
«Beh, allora io sono un medico, un cardiologo: c’è sempre bisogno di un buon medico».
«Non saprei; mi han detto però che sono al completo. E adesso, mi perdoni, ma devo proprio andare. Hanno già fatto l’ultima chiamata». Lo sguardo dell’uomo con il tatuaggio si era come spento e il suo tono era conclusivo: quel colloquio lo stava chiaramente infastidendo.
«Ma lei, allora, che lavoro fa, scusi?» gli chiese il medico deluso.
«Io? Sono un ladro e un truffatore. Se mi pagano bene anche un assassino. Non morirò di fame di sicuro».

vissuto altrove da briciolanellatte | 22:37 | commenti (2)

domenica, 15 novembre 2009

Il pezzo mancante

’aspirapolvere cominciò a sballottare rumorosamente e di lì a poco il motore si spense in uno sbuffo nerastro. La giovane donna mollò subito ogni cosa sul pavimento e rimase pensosa sul da farsi; poi si mise a fare dell'altro. Lui ci mise un bel po’ per capire cosa la donna delle pulizie avesse combinato, ma quando, smontando l’apparecchio, trovò conficcato nella bocchetta dell’aerazione un piccolo dado luccicante anche lui si fece pensoso. Se lo girò tra le mani, soppesandolo, come per chiedersi da dove fosse sbucato: in quella camera i mobili erano infatti tutti a incastro. Controllò dentro l’armadio, sotto il letto, nello spogliatoio: no, non c’era niente che richiedesse l’utilizzo di quel pezzetto di metallo. Avrebbe voluto buttarlo via, ma pensò che da qualche parte c’era una vite in libertà che avrebbe potuto cadere da un momento all’altro rendendo inservibile chissà quale oggetto importante; e lui non lo poteva consentire, non nella sua casa. Pensando che il dado potesse essere finito in quella camera da qualche altra stanza, ispezionò tutta la casa, controllando gli infissi, i tavoli, le poltrone, i lavelli, la doccia… ma tutto pareva in ordine. Dormì male. Durante la notte sognò dadi enormi che lo rincorrevano lunga una ripida discesa fino a quando, giunto trafelato su una spiaggia, venne aggredito da un orribile mostro bulloniforme uscito dal mare. Si svegliò di soprassalto e capì che la sua vita perfetta e ordinata, si era inceppata. Andò in ufficio di buon ora chiedendo aiuto ai colleghi che per un po’ lo ascoltarono e poi cominciarono a prenderlo in giro. Ritornò a casa di fretta, saltando il pranzo, desideroso di dare inizio a più approfondite ricerche. Trascorsero però molte altre settimane da quel pomeriggio senza che lui ne venisse a capo. Durante il giorno, e ancor più durante la notte, sembrava che l’intera casa scricchiolasse reclamando il dado mancante. Quelle mura e il suo mondo non erano più sicuri e questo lo faceva star male. Smise di andare in ufficio e tutto il tempo disponibile lo impiegò in instancabili controlli ed estenuanti verifiche. Gli telefonò il suo direttore. Lo redarguì aspramente dicendogli che era costretto a licenziarlo per il suo comportamento inqualificabile; che era il caso si curasse seriamente perché era di certo diventato nevrotico. Lui non ascoltava, pensava al suo bullone. Ma prima di riattaccare il direttore gli disse una cosa che lo fece riflettere: disse che il dado gli era caduto dal cervello. Lui ci pensò a questa cosa. Il direttore era una persona esperta di vita e poteva aver ragione. Sì, non c’era altra spiegazione: il dado era probabilmente caduto a lui. Così andò in cucina e con un coltello affilato si fece un taglio profondo al cuoio capelluto. E, finalmente felice, vi conficcò il dado perduto. 
vissuto altrove da briciolanellatte | 22:24 | commenti (21)

domenica, 08 novembre 2009

Il regionale delle 23 e o2

rovava sempre un forte disagio ad aspettare il treno a quell’ora, in quella stazioncina che pareva nata in aperta campagna come un fungo primaverile. I binari sparivano nell’una e nell’altra direzione corrosi dal buio della sera, come se in realtà non arrivassero da nessuna parte e per nessuna parte proseguissero. Strinse a sé il bavero del cappotto a ripararsi dai pensieri molesti e da quel grumo di emozioni confuse che aveva preso il posto del cuore non appena aveva lasciato l’appartamento della madre. Avvertì la presenza di qualcuno alle spalle e si volse. A pochi metri da lei c'era una figura esile, immobile, con uno zainetto floscio a penderle inerme da una spalla. L’altoparlante gracchiò qualcosa e di lì a pochi minuti arrivò in ritardo il regionale. Salì, scorrendo in fretta le carrozze per trovare un sedile che non fosse tanto sporco o colorato di graffiti. E appena si accomodò, accanto al finestrino, le si affiancò una ragazza molto giovane. Riconobbe in lei la persona che aveva visto nell’ombra sotto la pensilina.
«Ti dispiace se mi siedo qui?» chiese la giovane volgendosi attorno come temesse chissà quale pericolo. «Così sono più tranquilla». Il berretto di lana le copriva la fronte e un piccolo strass al lobo scoperto dell’orecchio mandò un luccichio che precedette un vago sentore di mughetto. Il giubbotto similpelle era troppo grande per lei e la faceva sembrare ancora più minuta. Seppe che si chiamava Sonia, che abitava in un paese dell’entroterra e che stava studiando senza molto profitto. Le parole si perdevano distratte nel treno vuoto; finanche il capotreno si era dimenticato di passare e, se non fosse stato per il fatto che ogni tanto il convoglio si fermava ubbidiente in qualche abitato, si sarebbe detto che non vi era neppure il conducente. Dopo mezz’ora il regionale arrivò a Collefili. Ci fu silenzio tra loro, poi Sonia si alzò.
«Ti ho raccontato un mucchio di cose» disse voltandosi ancora attorno. «Ma non ti ho detto la cosa più importante: sono una tossica». Sembrava dispiaciuta, come di chi si fosse pentita di non essere stata sincera. La donna la squadrò con aria interrogativa: non capiva il punto. In quel mentre la ragazza tirò fuori dallo zainetto una siringa che subito puntò sotto il mento della donna; lei si ritrasse, irrigidendosi, e non si mosse neppure quando la giovane le sfilò dalle mani la borsa. Sonia scese in un soffio, poco prima che le porte si richiudessero dietro di lei. Mentre il treno ripartì, la donna e la ragazza si guardarono a lungo negli occhi, senza quasi respirare. Fino a quando la carrozza precipitò nel buio della galleria. 
vissuto altrove da briciolanellatte | 22:25 | commenti (10)